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by luca

Viaggio in Siberia in moto

December 2, 2011 in Articoli, Diari di viaggio

Si dice che la parte piu’ difficile di un viaggio sia la partenza. In realta’, probabilmente, non si fa riferimento all’atto della partenza in se’, ma al partire inteso come la decisione di andare, della capacita’ di scordarsi di tutto per un po’ e non considerare tutte quelle casualita’ e/o imprevisti intrinseci nel viaggio.
Di fatto si trascorrono mesi a preparare i dettagli, a realizzare protezioni a prova di esplosione nucleare, GPS a prova di tornado, sistemi di illuminazione al grafene per ritrovarsi poi a confronto con le semplici e crude problematiche delle distanze planetarie e alle limitazioni antropologiche nella gestione delle strade e del tempo. Quando le strade sono presenti. Quando il tempo e’, di fatto, gestibile.
Tutto cio’ viene, naturalmente, amplificato dalla incosciente difficolta’ del viaggio in solitaria.
Personalmente avevo tracciato una linea di viaggio che passava confini, montagne, campi coltivati, fattorie, fiumi, ma non avevo del tutto attualizzato cosa la mappa significasse nella realta’, ovvero al suolo reale, duro, freddo, caldo, fangoso e/o sabbioso. Con il pensiero al percorso, ordito nell’afa polverosa e nel gelo da sidewalk skating di una Pristina post-conflitto armato, avevo focalizzato tutto sulla pianificazione non soffermandomi troppo sull’aspetto reale: Avevo, forse, considerato il progetto del viaggio come un sogno e come tale, non realizzabile, sorvolando quindi sulle imponderabili variabili dello stesso. Tuttavia, sara’ proprio questa mancanza di fiducia nella possibilita’ di realizzarlo e la successiva e improvvisa concretizzazione di queste cose non pianificate che mi faranno capire, in un luogo imprecisato del KZ (in realta’ sara’ a piu’ o meno lat 50.2N long 57.2E ) che ero davvero in viaggio.
Nel mio piano si trattava di un viaggio con return-ticket ovvero andata e ritorno. Al tempo, non avevo neppure considerato l’alternativa di un ritorno aereo/spedizione della moto. Mi sembrava un tradimento del concetto stesso del viaggio: un viaggio senza ritorno suona piu’ come spostamento. Il toccare ogni centimetro della strada avrebbe reso il tutto piu’ reale. Certo puo’ sembrare monotono rifare la stessa strada, ma, prescindendo dal fatto che non era la stessa (un po’ per scelta, un po’ per errori di navigazione) la strada non e’ MAI la stessa, per sua stessa natura.
Certo la destinazione, Ulan Ude, capitale della Buriatya, era lontana. C’ero gia’ stato. In aereo, naturalmente e gia’ cosi’ avevo capito che non era proprio dietro l’angolo. Sei ore di volo da Mosca (che gia’ di per se e’ a quasi quattro ore di volo da Udine). Sette fusi orari. Ce ne sono sei per New York e nove per Los Angeles, per dare un’idea.
Avevo gia’ tentato di partire l’anno precedente, ma incompetenze in relazione ai visti necessari (seppur ben retribuite) di agenzie di viaggio approssimative mi avevano costretto ad abortire l’intero piano all’ultimo momento, a causa di limiti temporali e la conseguente impossibilita’ di effettuarlo prima del ritorno al lavoro.
L’anno successivo, improvvisamente, verso giugno 2010, realizzo che c’e’ una finestra congiunturale (studi/lavoro/Karma) favorevole, riprovo con i visti e senza troppa convinzione preparo la moto, modificando le parti che non mi avevano convinto l’anno precedente dopo una breve escursione balcanica di “consolazione” ch e avevo fatto successivamente alla triste cancellazione del progetto.
La partenza era schedulata per la terza settimana di luglio, martedi’ 20. Per far comprendere quanto tutto fosse inaspettato, dell’inatteso incastro dei vari pezzi del mosaico, basti il fatto che i visti arrivano venerdi’ 16. Jaz, un mio caro amico, compagno di merende Kosovare, arriva in visita a parte del parentado da NY, dove abitualmente lavora e decide di accompagnarmi almeno fino in Ucraina (nel piano originario avremmo dovuto andare insieme…). Detto fatto, no pianificazioni, no niente.
Raggiungiamo Budapest in serata. Io incontro un po’ di problemini seccanti con il rilevatore satellitare che mi fa saltare, per ragioni inesplicabili (al momento, saranno successivamente esplicate da stupidi falsi contatti elettrici), un fusibile quando usato in tandem con il GPS “stradale”. La sera a Budapest decidero’ semplicemente di staccar lo e viaggiare solo con mappa e GPS geografico. La moto va bene, devo solo bilanciare meglio le sospensioni (questa operazione di affinamento continuera’ per un altro migliaio di km prima di raggiungere la perfezione) e forse ho della benzina “sporca” (cosi’ almeno credo) in quanto il motore singhiozza ogni tanto. Vabbuo’ passera’, penso.
Si riparte l’indomani abbastanza di buon ora. Il confine Hungaro/Ucraino e’ un inferno Dantesco, non solo per il caldo, ma per la confusione che regna sovrana: Diamo i documenti a uno che sembra un poliziotto o simile, per poi vederli vagare da un ufficio all’altro, poi addirittura emigrano in un edificio poco distante. Noi, seduti su un marciapiede, li osserviamo sconsolati che vengono consegnati ad un certo punto ad una funzionaria della dogana in divisa con il tacco da dodici. Rimaniamo in rassegnata attesa. Jaz incomincia ad incazzarsi, ma alla fine e senza che foss imo stati in grado di elaborare la logica aveva originato tutti quei passaggi, ce li ridanno. Proseguiamo senza essere sicuri di aver ottemperato a tutti gli obblighi da quanto non si capisce niente e proseguiamo. Dopo un po’, Jaz si dirige verso il confine Ceco per tornare a casa, baci e bacini e io proseguo da solo.
Questo e’ il momento di prima realizzazione del fatto di essere realmente in viaggio: L’essere solo (e lontano da possibili assistenze) complica tutto, anche le operazioni piu’ semplici, come andare a fare pipi’. Non si puo’ piu’ lasciare GPS e altri ammennicoli sulla moto se questa non e’ “a vista”; bisogna stare piu’ attenti al traffico, in quanto da soli non si e’ piu’ molto notati, e conseguentemente rispettati, dalle vetture. Decisamente in viaggio, non in vacanza al mediterranee’.
Da buona conferma delle leggi del buon Murphy, appena sono sol o incontro un problema tecnico: la moto sembra procedere a tratti solo con un cilindro e scoppietta in rilascio. Penso alla benzina (che avevo incolpato il giorno prima), penso che passera’ e insisto, ma non c’e’ nulla da fare, non va’. Raggiungo una stazione di servizio. Respiro profondamente e decido di provare a cambiare le candele, mi pare l’unica cosa fattibile al momento. Acqua o sporco nel carburante (come pensavo quando questo sintomo era piu’ blando) darebbe sintomi diversi, penso. Ammetto un certo disappunto, ma procedo comunque a smontare pressoche’ tutta la moto (devo anche spostare parzialmente il radiatore per accedere alla candela del cilindro frontale) nella quiete del distributore di benzina (e’ sera, ho bisogno di luce). Faccio amicizia con tutti, ho un pubblico vivace, appassionato e partecipativo, le sovrastrutture della moto sono sparse per tutto il marciapiede.
Un paio di ore dopo (m e la prendo con molta calma) sono di nuovo pronto a partire. Miracolosamente riesco a non perdere nulla. Tutto OK per i successivi cinquanta Km, poi la moto inizia a spegnersi improvvisamente per poi, altrettanto improvvisamente, riaccendersi. Ma porca zozza… Novita’ dell’anomalia e’ che, a differenza dei precedenti singhiozza menti, il quadro tende a spegnersi. Mi fermo in un altro distributore, deserto visto che sono ormai le due di notte e mi siedo vagamente sconsolato. Mannaggia appena partito, appena solo e non so dove mettere le mani, sembra elettronica. Improvvisamente ho un’epifania. Batteria. Ricordo l’analogo spegnersi del quadro sul mio vecchio VF1000 e ricordo che, nel corso di manutenzioni varie, non avevo riagganciato bene il positivo. Smonto, stringo, rimonto. Controllo attrezzi. Bonifica area e riparto. La moto gira come un gioiello. Molto probabilmente i sobbalzi causati dai mancamenti della candela avevano allenta to un po’ i contatti della batteria. Dopo di cio’ le buche delle strade e le voragini dei lavori in corso avevano fatto il resto.
Nel frattempo le mappe scompaiono dal GPS geografico, sostituite da un reticolato sconsolante. Le anomalie elettriche? La congiuntura astrale? Gli spiriti? Non lo sapro’ mai. Ne’ in realta’ avra’ alcuna importanza. E’ cosi’ e basta. La notte si svolge in viaggio, tra strade disastrate da lavori in corso e camion lanciati a velocita’ improbabili. Riesco a trovare e ricaricare delle mappe Garmin del gps a Kiev il giorno dopo, ma solo nella versione marittima, riportanti quindi confini e principali (ma proprio principali) citta’, ma null’altro. Meglio di niente (o di un reticolato vuoto) in ogni caso. Questo, pero’, mi costa un giorno di sosta in piu’ nella capitale Ucraina.
Da Kiev mi dirigo verso Madre Russia passando per un luogo chiamato An tracyt (si, esattamente come il minerale), le cui piramidi, derivanti dalla lavorazione dei giacimenti, dominano l’altrimenti piacevole paesaggio. Dormo sotto una di esse, in un campo a fianco della strada. Il passaggio la mattina presto del confine Russo mi fa risparmiare un sacco di tempo. Con mio stupore, la dogana Russa e’ molto ordinata e malgrado documenti da riempire, il tutto ha una certa, seppur burocratica, logica.
Dopo autostrade e strade in condizioni accettabili, l’area di Volgograd mi appare improvvisa e mi impressiona con i suoi impressionanti bacini idrici: fiumi che sembrano mari la avvolgono e circondano in un abbraccio maestoso. Sventuratamente, ma animato dall’intenzione di evitare di entrare nel caotico traffico cittadino, seguo le prime indicazioni per Astrakan che trovo dirigendomi per quella che sembra essere, come riportato anche dalla carta, una specie di grande raccordo anulare: Si rivela, in realta’, una strada ultra dissestata, dalle dimensioni simili a quella di una strada interpoderale della campagna friulana e per giunta molto trafficata. Accidentalmente e dopo quasi quaranta kilometri riesco ad uscirne e a trovare la strada per Astrakhan. Questo grazie a indicazioni di un ragazzo addetto ad un distributore presso cui rifornisco, il quale inizialmente tenta di aiutarmi attraverso il vetro blindato del suo loculo (le rapine li’ paiono all’ordine del giorno), poi impietosito e vedendo l’inefficacia dei suoi sforzi, esce impavido dal suo bunker e mi indica con pazienza e precisione la direzione giusta da seguire.
Il caldo e’ ossessionante, non mi lascia solo un momento. E’ trasportato da un vento laterale (qualsiasi direzione io prenda) bollente che non mi lascia tregua, sembra venire dal deserto. Sono stanco per i chilometri percorsi e questo certo non aiuta a diminuire la spossatezza. Proseguo a fianco dell’immen so Volga, tra una steppa marrone inteso e risorgive del grande fiume che tenta di fuggire dai suoi argini illuminando nel contempo la vegetazione di un acceso verde smeraldo. Arrivo in serata ad Astrakan. Non c’e’ verso di capire dove sia l’hotel che la mia logistica (aka moglie) mi ha prenotato.
Dopo vani tentativi e richieste di indicazioni (difficile da ottenere se non parli russo), gioco la carta del taxi (lo pago come “guida”) che, invece, rifiuta il facile guadagno e con una gentilezza estrema, mi dirotta su una pattuglia della polizia che, ancora piu’ incredibilmente, accetta di accompagnarmi sino all’hotel. Il gentilissimo personale della struttura mi fa parcheggiare la moto in un luogo apparentemente sicuro e mi da una stanza piu’ che dignitosa ad un prezzo decente.
L’indomani dovrei partire, ma mi rendo conto che devo controllare la moto per bene, in quanto sono al punto di non rit orno (ingresso in KZ) ed in piu’ ho bisogno di cibo. Decido di fermarmi un giorno in piu’. Passo la giornata a stringere bulloni, regolare sospensioni (qua raggiungero’ la massima efficienza possibile considerando il carico) a lubrificare e a fare spesa (pesce in scatola e altri cibi similari).
Parto la mattina presto. Non senza difficolta’ raggiungo il confine, passando su ponti di barche, strade bianche, deviazioni improbabili e errori di navigazione, ma alla fine ce la faccio.
Passo la dogana lato/russo senza difficolta’, quello KZ e’ decina di Km dopo, tanto che e’ stato creato un posto di controllo intermedio in cui bisogna consegnare una specie di carta comprovante che si e’ ottemperato alle operazioni di passaggio consegnata all’uopo al confine vero e proprio.
L’ingresso in KZ e’ strano. Prima mi fanno fretta, poi mi dicono che e’ chiuso per pausa pranzo. ? ?? Vabbe’. Poi la guardia mi chiede denaro, io faccio il fesso, ma non gli do’ una lira. A causa di cio’ mi passera’ una macchina avanti, ma va bene cosi’. Dei bimbi vendono acqua, io seppur contrario al lavoro minorile, ho sete e gli compro due bottiglie. Fa caldissimo. Una bottiglia (due litri) la finiro’ prima di ripartire. Incontro degli Australiani in moto diretti in Francia da Vladivostock che si vedono costretti a ritornare indietro in KZ per fare regjstrazja (la registrazione di pernottamento presso Hotel o similari) in quanto avendo campeggiato, non la hanno mai ottenuta. Entro in KZ, cambio i dollari in Tenge (la moneta locale) e riparto. La strada e’ un po’ dissestata ma accettabile (piu’ o meno come in Russia) ma via via migliora. “Strani ‘sti Australiani, mi avevano detto che peggiorava progressivamente, invece sembra migliorare,” medito. Mi ricordero’ di questo pensiero di li ’ a poco. Arrivando ad Atyrau (la prima citta’ dopo il confine) la via e’ addirittura una autostrada liscia e bella come non avevo visto da migliaia di Km (siamo gia’ a 3000).
Gia’… Si pensa sempre di sapere. Improvvisamente, subito dopo le indicazioni per Samara (in Russia), la strada diventa un cantiere, lavori in corso ovunque e il mio incedere diventa simile a quello di un cammello ‘mbriaco. Ci sono buche enormi. Quando dico enormi (tutto e’ relativo) intendo buchi profondi dal mezzo metro in su’ (in realta’ e’ in giu’). Dopo un po’, senza miglioramento di alcun genere, raggiungo un villaggio, fa gia’ buio, decido che, avendo ancora benzina e vedendo sulla mappa altri villaggi in pochi Km, mi fermero’ successivamente per il pieno di benzina e di acqua per approfittare della luce il piu’ possibile.
Come avevo detto? Ah, gia’: si pensa sempre di sapere: Dopo venti Km e dopo aver incontrato quello che sulla mappa sembrava il “grosso villaggio” (quattro case e due stalle) rappresentato sulla mappa, faccio un saggio dietro-front per il villaggio precedente al fine di riempire anche le mutande di benzina e acqua.
Riparto nell’oscurita’, per un po’ va bene (ho gia’ fatto quella strada due volte..) poi, passato il punto del dietro-front, le buche diventano ancora piu’ profonde e continue. Presente le whoops di cross indoor? Ok, leggermente piu’ rade e dalle tre alle quattro volte piu’ profonde. Pero’ fatte con trecento chili di moto bilanciati alla meglio. Procedo in terza/seconda, ci vedo poco malgrado l’abbagliante (non c’e’ NESSUN mezzo sulla strada, neppure fermo) illumini a giorno. Ad un certo punto, complice anche la stanchezza, centro una buca piu’ buca delle altre. Mi ribalto sul capolino, spostando GPS, cart ine e la posizione dei miei testicoli. Miracolosamente non cado. Saggiamente (ci impiego un po’ per attivare questa nascosta caratteristica della mia personalita’) decido di fermarmi. E’ gia’ mezzanotte.
Sono a fianco della strada, sarebbe piu’ saggio occultarsi alla vista dei viandanti, ma non c’e’ verso. La luna illumina tutto falsando i contorni e i colori e tutto cio’ che vedo e’ pianura attorno a me, ma non sono in grado di distinguere i particolari e non voglio insabbiarmi nella notte. Fa freddino, ma dopo la giornata a 40 gradi va bene cosi’, materassino a terra, mi tolgo giacca e protezioni, un po’ di abluzioni eppoi nanna. Non passera’ neppure una macchina in tutta la notte.
Mi sveglio alle cinque ed e’ il mio compleanno. Auguri Luca!!!
La strada che si stende davanti a me e’ una buca continua. Pare, letteralmente, che abbiano bombardato la stra da e poi fatto circolare delle enormi macchine movimento terra per evidenziare i crateri delle bombe.
Difatti i pochi indigeni che si spostano da un villaggio all’altro, usano delle piste laterali, create nel tempo sulla steppa dal continuo passaggio di camion e altri mezzi pesanti. Sembrano un alternativa valida, ma, purtroppo, sono a tratti sabbiose e non c’e’ verso di controllare la mia moto su quel tipo di fondo mobile. Il mio altimetro sul GPS mi da’ una posizione sotto il livello del mare, difatti sto percorrendo una depressione enorme, piena di sabbia e laghi salati essiccati. Proseguo attraversandola, cadendo nelle deviazioni sabbiose, rialzando (o aspettando qualcuno-quando e’ accaduto ho atteso solo 30 minuti-che mi dia una mano a rialzare) ma in qualche modo, viaggiando dalle cinque di mattina alle sei di sera, copro i circa seicento e rotti chilometri che mi separano da Aqtobe. Per attualizzare il percorso, e’ ; piu’ o meno come andare da Milano a Roma in fuori strada.
Faccio il check-in nell’albergo, ceno (mi verra’ offerta una bottiglia di Brandy KZ in onore del mio compleanno) e passero’ l’indomani a pulire la moto e controllarla. Aggiusto uno dei supporti valigie e pulisco dei trafilaggi di olio dal paraolio della forcella stressata dalle botte e dalla polvere. Questi due inconvenienti mi consiglieranno di evitare il passaggio a sud, visto che la strada pare essere pessima da Almaty a Semey. In realta’ i miei “aggiustamenti” si riveleranno piu’ che efficaci infatti ne’ si spostera’ il fissaggio “di emergenza”, ne’ alcuna altra perdita di olio avverra’ dalla forcella. Ma sto imparando la lezione del “si pensa sempre di sapere”.
Causa una mancata regjstrazja da parte dell’albergo, la mia partenza avviene solo al pomeriggio alla volta di Astan a. Sara’ un po’ triste vedere l’indicazione “Almaty” e andare nella direzione opposta. Ma sono ancora lontano da UU, tremendamente lontano ed ho gia’ perso troppo tempo. Devo andare a Est. Proseguo fino alla notte, tra rifornimenti di benzina (ogni tanto dovro’ attendere il ritorno della corrente per il funzionamento delle pompe) e strade che si distinguono, in eque proporzioni, tra appena decenti, brutte, bruttissime e sterrate. Mi fermo a dormire in una specie di auto-creata area di sosta con gli unici alberi nel raggio di centinaia di chilometri. Sono costretto a montare la tenda, troppe zanzare. Il mio sonno verra’ comunque molestato da altri vari animali, cinghiali, simil-marmotte e volpi in cerca di cibo lasciato dai viandanti. Riparto la mattina presto, dopo una colazione a base di barrette e caffe’ amaro (mannaggia ho tutto meno che lo zucchero). Arrivo ad Astana nella sera tarda, facendo ancora un trenta per cento di sterrato (lavori in corso) e, trovato l’hotel indicato come decente da LP, mi schianto in un sonno ristoratore.
L’indomani riparto alla volta di Pavlodar, ultima tappa programmata in KZ, strade sempre dissestate, ma almeno con fondo asfaltato. Passo le prime alture che vedo da quando sono entrato in KZ, sovrastate da un bosco di betulle. Questo bosco e’ protetto da fosse antincendio e pare essere un’attrazione per i locali. Sembra davvero un posto sacro. In realta’ lo e’. Raggiungo la citta’ e poi l’albergo nel primo pomeriggio, non senza aver prima atterrito con la mia motociclisticita’ una indigena che, terrorizzata dal mio aspetto, non solo non mi da l’informazja richiesta, ma protegge la deliziosa figlioletta con il suo corpo, si sa mai che me la voglia mangiare… Ma sono cosi’ sporco?
Le indicazioni corrette, accompagnate da bellissimi sorrisi, mi vengono d ate da un gruppo di gentili fanciulle che passeggiano sugli ampi viali caratterizzati da bellissimi aiuole di fiori. Questa caratteristica rende la citta’, il cui stile architettonico e’ decisamente efficiente, ma austero estremamente colorata e piacevole.
Albergo strano, ma molto cozy e rilassante. Riparto la mattina presto dopo una colazione… interessante, esco dal KZ per rientrare in Madre Russia. Al confine perdo pochissimo tempo, ormai so compilare i vari moduli. In piu’ comincio a sollevare molta curiosita’ per cui non mi chiedono denari o importunano piu’ del dovuto.
Arrivo a Barnaul in serata con ancora molta luce, seppur la sera sia avanzata. L’albergo e’ fin troppo elegante, ma ho bisogno di un parcheggio sicuro e questo e’ un prezzo che devo pagare.
Mi alzo presto, faccio un cambio (parziale) dell’olio e del filtro e riparto. Il cielo grigio mi accompagno fino a un paesotto chiamato Marinsk dove decido di fermarmi. La decisione e’ determinata, in realta’, dal fatto che ha iniziato a piovere a dirotto, fa un freddo cane, non si vede niente e non c’e’ un posto sulla strada dove possa trovare riparo o piantar tenda. L’indicazione della bella Larissa (che gestisce l’equivalente locale di un drugstore) mi consente di trovare una gastiniza dove, malgrado siano piu’ che pieni, mi danno la possibilita’ di dormire in un sottoscala al riparo delle intemperie. Gratis, non vorranno, nonostante le mie insistenze una lira, neppure per il parcheggio custodito.
Riparto accompagnato da temperature bassissime. “Siberia” mi fa un camionista durante una sosta, quando gli faccio notare, a gesti, il freddo, e accompagna la parola con un sorriso. Gia’, che mi aspettavo?
Pernotto la notte successiva a Kansk, tappa obbligata prima di attraversare la foresta siber iana, lunga e apparentemente vuota di abitati significativi, che mi separa da Irkustk.
Riparto con una pioggia fitta che mi accompagna per mezza giornata. Nel pomeriggio il tempo migliora e sono in grado di togliermi l’antipioggia, ma il fango che raccolgo sui tratti sterrati (la strada interstatale diventa per lunghi tratti delle dimensioni di un viottolo di campagna dissestato, tanto che ad un certo punto chiedo ad un’auto in sosta informazioni per tema di essere nella direzione sbagliata) riempie il mio radiatore, obbligandomi ad mantenere una velocita’ sostenuta per garantire al motore un qualche raffreddamento.
Per la verita’, dopo il KZ, anche la strada sterrata siberiana pare piu’ che buona, ma comunque non si va veloci… Passo, di fatto, un terzo della giornata in piedi sulle pedane.
Arrivo a Irkustk in serata e decido, con piglio sicuro, che domani saro’ a UU. Follia delirante di onnip otenza e decisione che non valuta minimamente l’altimetria. Difatti mi trovo nottetempo ad arrampicarmi sulle montagne, ad oltre 1800 metri slm con una pioggia fastidiosa ed una visibilita’ azzerata dai riflessi dei fari delle auto: Di fatto, quando incrocio altri mezzi, devo scegliere se essere cieco o alzare la visiera con conseguente pallinatura delle mie pupille dilatate.
In ogni caso, all’incirca alle 11 di mattina, raggiungo UU, accolto da un tripudio di parentado e dalla mia paziente moglie.
Passero’ due settimane a visitare posti mozzafiato, bere vodka e incontrare persone meravigliose che verranno a salutarmi il giorno del commiato, domenica 22 agosto.
Partenza con comitato di saluto della tribu’ Buryat al quasi completo. Duecento metri dopo la mia ripartenza in direzione ovest vengo fermato (per la prima volta in territorio Russo) dalla milicjia al solito posto di controllo di uscita (o entrata) citta’, che pero’, anche grazie alla mia “scorta” familiare, mi lascia ripartire quasi subito con un minimo disturbo.
Raggiungo Angarsk la sera, raccolto per strada da Vova, il cugino della moglie del papa’ di mia moglie (semplice, eh?) che mi ospita per la notte. La mattina la dolce Arina (nipote di Vova) mi fara’ da interprete con lo zio. Lo zietto mi costringera’, con un sotterfugio, a sottopormi ad una intervista da parte di un giornale locale, con tanto di fotografia: Arina riuscira’ a fuggire prima che il complotto sia posto in essere, scaltra fanciulla.
Attraverso tutta la foresta siberiana un’altra volta, ma stavolta niente pioggia e niente fango, in compenso polvere che piu’ non si puo’ che mi entra in ogni orifizio e limita la visuale in incrocio/sorpasso mezzi pesanti e non.
Pernotto a Kansk di nuovo, stesso albergo container dell’andata e poi via vi a Tomsk e Omsk. Quando arrivo a Chelyabinsk sono le tre di notte di tre giorni e quattro fusi orari dopo. Mi fermo due giorni, per manutentare, approfittando dell’offerta WE “dueperuno” dell’albergo, assolutamente bellissimo. Spero di non aver raccolto troppi curie di radiazioni (piccolo incidente simil-Chernobyl negli anni cinquanta nella centrale vicina), di fatto a tutt’oggi non sono fluorescente al buio.
Samara mi accoglie con un inferno di binari di tram e asfalto sconnesso, ma la citta’ e’ carina. Il GPS stradale, installato a Chelyabinsk, mi guida proprio di fronte all’hotel, con mia grande incredulita’. Che cosa fantastica la tecnologia.
Nel mezzo di un vento laterale pazzesco mi dirigo la mattina dopo verso Volgograd: Per dare un’idea di quanto fosse forte, un tizio con un furgone, impietosito dal mio incedere inclinato, mi ferma per strada offrendomi di caricare la moto dietro e di proseguire con lui. A tutt’oggi sono ancora stupito della gentilezza del gesto e seppur declino naturalmente l’offerta, questa riempie il mio karma all’inverosimile e mi da’ fiducia nel genere umano.
Il GPS stradale si rivela, immediatamente, inaffidabile fuori della citta’: di fatto riporta solo la strada principale che, ovviamente, io non scelgo. Vado di mappa per un bel po’, dirigendomi solo in serata sulla strada principale per risparmiare tempo ed evitare di viaggiare ancora una volta al buio.
Volgograd mi accoglie con le luci della sera, con strade larghe, pulite e ordinate. L’ampia piazza dove e’ situato l’albergo e’ gloriosa nella sua nitida bellezza.
La ripartenza l’indomani mi riporta in Ucraina.
Confine Russo-Ucraino. Misti sentimenti che non mi aspetto: Invece di sentirmi piu’ vicino a casa, mi sento piu’ lontano, piu’ immer so in qualche cosa di diverso. Subisco le prime insistenti richieste di denaro da parte dei doganieri e i primi dispettucci visto che non gli do nulla. Mi andra’ comunque bene, in quanto un ras locale, che mi dice essere motociclista, mi fa di fatto bypassare tutta la fila e l’iter del confine e io sbeffeggio un po’ i due doganieri che oltre ad essere corrotti (che vabbe’ ci puo’ stare per la poverta’ dei luoghi) sono anche stronzi.
Riattraverso Antracyt e strade che sono quasi familiari per cambiare bruscamente direzione quando lascio la direttrice che porta a Kiev (direzione in cui avevo attraversato l’Ucraina la prima volta) per dirigermi in quella che, sulla carta, dovrebbe essere una strada piu’ corta e che scorre nel sud dell’Ucraina.
La mia prima notte in Ucraina mi fermo a dormire in un Hotel modello Pshyco, ma efficente. La doccia non ha la tenda (come dalla famosa scena di Hitchokian a memoria) e questo mi da’ speranza di vedere il domani. La seconda notte on da road, dopo essere stato rifiutato per mancanza di valuta locale in una bettola fetenziosa, mi fermo in un bellissimo motel modello Las Vegas che mi appare dal nulla quasi irreale nella notte fredda e piovosa. Il giorno dopo attraverso paesini piccoli, improbabili, ed inspiegabili, ma graziosi, anche se un po’ grigi, campi di girasole infiniti, alcune grosse citta’ industriali. L’Ucraina e’ cosi’, fatta di piccoli paesi rurali e ancora cruda, ma bella nella sua semplicita’. Purtroppo cio’ che ricordero’ di piu’ sara’ la molesta polizia stradale, onnipresente e infastidente oltre il limite della decenza di un ergastolano pluriomicida. Intollerabile. L’ultimo giorno perdo tre ore per discutere con loro in altrettanti posti di controllo. Nessuna violazione, naturalmente, a parte quelle che millantavano (come ad esempio “le moto non possono circolare dopo le otto di sera”), solo il tentativo di rubare soldi. E nulla li impietosiva, come il freddo, la pioggia, la notte. Puri bastardi, o forse dovrei dire impuri bastardi, non sono degni di nessun aggettivo (neppure in accezione negativa) che possa dare l’idea di moralita’.
L’Ungheria mi accoglie con polizia e doganieri gentili, strade stupende e traffico pesante solo in corrispondenza di Budapest. Mi fermo a dormire in un autogrill, approfittando del fatto che non piove e di un’area di sosta riparata da cespugli che mi riparano dal vento freddo.
Quando riprendo il viaggio la mattina presto, un sole bellissimo mi accompagna mentre mi godo lo stupendo paesaggio e la sicurezza delle strade indulgendo, per la prima volta da lungo tempo, nel distrarmi a guardare i particolari delle cose attraversando la Slovenia in totale rilassata tranquillita’.
Arrivo a casa nella sera con il sole che ancora illumina la mia strada, quasi senza accorgermene, accolto dalla mia paziente moglie dopo aver percorso 20.000 km, consumato circa 1300 litri di carburante, una batteria, due candele, una decina di litri di olio, attraversato 14 fusi orari e 10 confini di stato. E molto altro…

Per vedere una mappa, commenti e foto piccine etc. il link e’:
http://www.youposition.it/mappaviaggio.aspx?id=1380
Li’ si vedono un po’ di foto (ma soprattutto il viaggio nel suo insieme, sito mooolto utile se si viaggia da soli), ma magari si vedono meglio qui (scusate, ma non mi ricordo come postarle direttamente):
https://picasaweb.google.com/115179375741112734595

Mandi,
Luca